Quei due pezzi rivoluzionari. La scandalosa invenzione che ha (ri)scoperto la donna

Scritto il 04/07/2026
da Daniela Fedi

Il 5 luglio 1946 hanno fatto la loro prima apparizione durante una sfilata a Parigi grazie a Louis Réard

Compiere 80 anni ed essere ancora sexy non è uno scherzo. Al bikini sta riuscendo benissimo e, anzi, ci si chiede come fosse l'estate prima dell'invenzione di questo indumento libertino e libertario, difficile da portare eppure portato dalla maggioranza delle donne perché l'abbronzatura viene meglio, è molto più fresco e poi fa subito giovane oltre che disponibile anche se non troppo a disposizione come la nudità.

"Il primo bikini per le americane è un rito di passaggio" sostiene Kelly Killoren Bensimon, autrice di The Bikini Book, un volume illustrato di ben 400 pagine (Ed. Assouline) uscito giusto 20 anni fa per il sessantesimo compleanno del capo. L'anniversario cade infatti il 5 luglio, giorno in cui, nel lontano 1946, l'ingegnere francese Louis Reard, presentò la sua scandalosa invenzione durante una sfilata alla piscina Molitor di Parigi. "Nessuna modella rispettabile accettava di mostrare le chiappe e l'ombelico in passerella, così bisognò chiamare Micheline Bernardini, una spogliarellista del Casino de Paris" scrive la Killoren. Subito dopo racconta la vicenda di Jacques Heim, contemporaneo di Reard e come lui deciso a inventare il costume più piccolo del mondo senza però riuscirci perché la decisione di lasciare il pezzo superiore unito alle mutandine da un lembo di tessuto fu l'equivalente del compromesso storico per la Democrazia Cristiana: una pessima idea. Americana, ex modella, oggi agente immobiliare e personaggio televisivo la Killoren sorvola un po' troppo sulle millenarie origini del due pezzi sportivo che, a dire il vero, esisteva già ai tempi dei romani come dimostrano i meravigliosi mosaici della Villa del Casale costruita a Piazza Armerina in Sicilia tra il III e il IV secolo d.C. In compenso nel libro c'è tutto quel che serve a capire l'enorme successo del capo nelle sue versioni più seduttive. "Una ragazza in bikini è come una pistola carica sul tavolino da caffè: non c'è niente di sbagliato in entrambi, ma è difficile smettere di pensarci" dichiara ad esempio lo scrittore Garrison Keillor. Mentre la stilista Anna Sui sostiene: "La cosa più sexy è che lascia qualcosa all'immaginazione, la parte migliore". Tutti d'accordo, dunque, sul potenziale erotico dell'indumento magistralmente espresso da dive come Brigitte Bardot nel capolavoro di Roger Vadim Et Dieux creà la femme, Ursula Andress in una delle prime scene di Licenza d'uccidere e Rachel Welch in tutti i suoi film giovanili. Più difficile riuscire a conciliare la rosicata vestibilità del due pezzi con quel che alla fine deve coprire: le curve. "Da qualche tempo tra le giovanissime va di moda indossare un bikini di taglia inferiore anche in caso di misure importanti e sempre più spesso cercano delle vestibilità che lasciano scoperto il sottoseno" spiega perplesso Gianluigi Cimmino, amministratore delegato di Yamamay, marchio di abbigliamento intimo e da mare con il più alto indice di sostenibilità. "Si parla in media del 90% - continua - ma nella linea Essentials usiamo Fish Tale un tessuto realizzato con poliammide riciclata dal recupero delle reti da pesca abbandonate". In mezzo a tutto Yamamay copre davvero tutte le vestibilità e questo dal punto di vista etico è bellissimo anche se purtroppo resta sempre aperto l'orrendo fronte del body shaming. Gli esperti dicono che alla prova costume quasi tutte le donne si vedono come un uovo di struzzo vestito da due elastici e spesso acquistano un costume intero che poi useranno pochissimo in spiaggia ma che secondo i più importanti trend forecaster del mondo come Li Eldelkort diventeranno presto abbigliamento d'uso comune anche in città. Al mare comunque la stragrande maggioranza delle donne usa il due pezzi(si parla del 90% e nel restante 10% tocca mettere anche nudiste e ottuagenarie) e per meglio nascondere eccessi o mancanze rivelate dalle esigue dimensioni di reggiseni e mutandine c'è chi impara a maneggiare il pareo meglio di un matador con il drappo rosso del toro e chi arriva in spiaggia con diversi look da usare per muoversi o stare ferme a prendere il sole.

"Ogni donna vive il suo corpo in modo diverso e poi bisogna anche considerare altre questioni strettamente personali come il pudore oppure l'età che secondo me dipendono solo ed esclusivamente da come ciascuna si sente e si vuole raccontare" spiega Ermanno Scervino, designer amatissimo per il suo stile gentile e sensuale magistralmente espresso anche nelle linee di beachwear. L'ultima in ordine di tempo è la capsule chiamata After Sunset pensata per chi sta in spiaggia anche dopo il tramonto e dedicata al classico motivo a pois. Include costumi interi, bikini con slip normale o brasiliana a laccetti in lycra, parei corti e lunghi, foulard, vestaglie e caftani oltre a un pigiama in crepe de chine con cristalli applicati a mano sui disegni della stampa. Distribuita in quantità limitata nelle sole boutique al mare del brand (oltre alle storiche vetrine di Forte dei Marmi, Miami e Montecarlo ci sono quelle appena aperte di Capri, Taormina e Saint Tropez) la capsule è inoltre venduta sul canale online di Ermanno Scervino, nel monomarca di Firenze e nella nuova sede di Rodeo Drive a Los Angeles. Insomma un'esplosione di due pezzi d'autore come quella del famoso atollo delle Isole Marshall che nel 1946 diede il nome alla miglior invenzione francese dopo la brioche. Per la cronaca l'atollo si chiamerebbe Pikinni che in marshallese significa Luogo del cocco ma gli scienziati impegnati nei test nucleari scelsero Bikini che da 80 anni esatti significa estate.