Chi sostiene che il problema della Juventus sia l’allenatore, nel caso Spalletti Luciano, non ha ancora compreso o non conosce la realtà del club bianconero. L’ormai probabile mancata qualificazione alla champions league fa risalire alla stagione 2010-2011 che si concluse in modo fallimentare, con il settimo posto. Il 10 maggio del 2010 John Elkann, cugino di secondo grado di Andrea Agnelli consegnò al parente la società, per ribadire la tradizione familiare, il nuovo presidente assunse Marotta e Paratici come dirigenti, Delneri restò l’allenatore, il reduce Jean Claude Blanc conservò il ruolo di ad. La Juventus nelle ultime tre partite ottenne due punti, Delneri fu esonerato, al suo posto arrivò l’ex capitano, Antonio Conte. Il seguito è noto, la Juventus è stata competitiva fino al 2020, ultimo scudetto conquistato da Maurizio Sarri. Già si avvisavano criticità finanziarie, Andrea Agnelli, da tifoso privilegiato, volle emulare Florentino Perez, sodale astuto nella cordata e mission impossible della “superleague”, senza avere lo stesso bacino di utenza, lo stesso potere politico e imprenditoriale sul mercato calcistico e non soltanto. Ingaggiò, dunque, Cristiano Ronaldo, fu un bagno di sangue con effetti collaterali, l’abbandono di Marotta, i danni pesantissimi ai bilanci, il susseguirsi di dirigenti, amministratori delegati, allenatori, infine le vicende giudiziarie che hanno coinvolto il management e lo stesso presidente, tutti costretti alle dimissioni.
Elkann, nel 2006, seguendo i consigli della coppia Grande Stevens- Gabetti, aveva cancellato i dirigenti al centro di calciopoli privandosi così dell’esperienza e della personalità, anche come consulente, di Antonio Giraudo. L’affido al francese Jean Claude Blanc fu il primo segnale di un cambio di rotta improbabile, l’errore si è ripetuto in Ferrari arrivando a Vasseur, di nuovo in Juventus con Comolli e Modesto, una bizzarra french connection che ha tolto competività alle rosse in Formula 1 e ai bianconeri in campionato. La scelta di Comolli rientra nei misteri buffi del football, curriculum internazionale di margine, sul mercato errori tecnici e contabili disastrosi, privilegi inediti per la storia bianconera (la consorte turca del francese lo segue dovunque, in tribuna e negli spogliatoi, con evidente imbarazzo degli astanti), scouting affidato ad un service esterno; non sono dettagli ma segnali netti della confusione e dell’assoluta assenza di un capo, di un autorevole rappresentante della proprietà, come furono Boniperti, lo stesso Montezemolo, al di là del suo carattere sulfureo e Antonio Giraudo.
Quella era la Juventus degli Agnelli, questa è quella dei loro eredi, la storia è cambiata, gli interpreti anche. John Elkann ha voluto liberarsi de La Stampa , storica azienda di famiglia, ha cambiato dirigenti in Stellantis, deve ora scegliere se intervenire in Juventus, modificare ulteriormente l’assetto societario, affidarsi a personalità certe, di grande carisma oppure cedere il club. Il bilancio finanziario è drammatico, il debito finanzio ammonta a 302 milioni di euro, si prospetta un nuovo aumento di capitale tra i 100 e i 200 milioni, negli ultimi 10 anni gli azionisti hanno versato oltre un miliardo, il parco calciatori ha costi elevati e non ha mercato positivo. Il futuro è un punto interrogativo, l’allenatore ha annunciato che si incontrerà con Elkann, così bypassando e delegittimando il ruolo dell’ad francese. Il derby di domenica è l’ultimo appello all’orgoglio, il peggio deve ancora venire.

