Draghi fa bene a mettere sotto accusa i meccanismi di funzionamento dell’Europa, ma omette di puntare il dito su alcuni nostri valori o meglio sulla loro estremizzazione.
L’analisi evidenzia che «ampie parti della nostra economia sono state avviluppate in strati di regolamentazione (...) che hanno spinto le imprese europee verso l’esterno in cerca di quella crescita che l’Europa stessa non riusciva a fornire». Al punto che «oggi metà del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove sia i rischi che i rendimenti sono maggiori». Questa iper-regolamentazione sarebbe la finalità stessa dell’Unione, per impedire quelle concentrazioni di potere che avevano portato a prevaricazioni e guerre fino alle tragedie del ‘900. Un’Europa autoreferenziale che, guardando a se stessa e al suo passato, ha costruito un sistema socialdemocratico dove l’eccessiva regolamentazione soffoca gli animal spirits del capitalismo.
Ci siamo illusi che funzionasse grazie a «un mondo che ci aiutava a generare prosperità». In realtà, nessuno ci aiutava. Agli americani tornavamo utili per la cortina di ferro. Quanto agli altri, ancora non avevano un peso determinante. Oggi quel mondo «non esiste più: è più duro, frammentato e mercantilista». Ossia, gli Usa devono pensare al Pacifico e gli altri vogliono un posto a tavola. «D’altra parte – conclude Draghi (nella foto) – neanche la Cina offre un’ancora alternativa». Che peccato, sennò potevamo passare da una dipendenza all’altra.
La sua ricetta è «costruire insieme» con un «federalismo pragmatico che metta la sostanza prima del processo». Va bene, ma... qual è sostanza? Dice che gli europei chiedono di agire per «difendere la loro libertà, prosperità e solidarietà». Ma noi non siamo prosperi, campiamo di rendite e di debiti, e non siamo nemmeno tanto liberi: di abbattere un albero o un cinghiale in giardino, di cacciare di casa chi la occupa abusivamente o di esternare pensieri politically incorrect.
Basta, la smettano gli europei di affidarsi alla benevolenza altrui e provvedano ad aiutarsi da soli, con la forza dell’economia e rivedendo le ideologie estreme che la stanno distruggendo.
Perché pensiamo alla «transizione energetica» invece che alla sicurezza energetica, che avrebbe significato non spegnere il nucleare tedesco e non abboccare alla guerra col fornitore del gas? Perché vogliamo «costruire un’industria digitale» mentre distruggiamo quella tradizionale? Perché immaginiamo di difendere con le armi un continente che nessuno vuole invadere ma tutti vogliono comprare dato che le sue imprese sono a buon mercato? Perché pensiamo a «sostenere la società che invecchia» anziché ringiovanirla offrendo ai giovani non garanzie ma opportunità di rischio e successo?
Siamo un continente di 450 milioni di persone tra le più scolarizzate al mondo, eppure non riusciamo a competere e guardare negli occhi Usa e Cina. Quello che ci fa difetto non è il petrolio o le terre rare, ma una cultura sociopolitica che ci spinga e metta in condizione di creare ricchezza.

