La Garante dei detenuti: "A Roma salta la metà delle visite mediche esterne ogni anno"

Scritto il 27/02/2026
da agi

AGI - La metà delle visite mediche esterne programmate salta ogni anno per la mancanza di agenti di scorta. Le stanze dell'affettività non sono state mai predisposte, le aree verdi sono poche e il sovraffollamento, con il numero delle persone che aumenta e gli spazi disponibili che diminuiscono, non è più un'emergenza ma uno stato "strutturale".

La Garante dei detenuti di Roma, Valentina Calderone, in un colloquio con l'AGI, denuncia le "gravi carenze" delle carceri della Capitale. E promuove iniziative come quelle messe in campo dal progetto S.Fi.De - Percorsi di sostegno per i figli di persone detenute, selezionato da Con i Bambini* nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che mirano a mantenere un ponte tra dentro e fuori e a sostenere il nucleo familiare.

Le visite mediche esterne saltano

"Gli ultimi mesi sono stati molto complicati per gli istituti romani. Quando si gestisce un sistema così faticoso, con un soprannumero di detenuti e una carenza di personale, è ovvio che poi vengano meno anche le cose essenziali. Sicuramente il dato più evidente – spiega Calderone - è che una media del 50% delle visite mediche esterne salta ogni anno, e questo è un tema di grande sofferenza per le persone detenute che aspettano da mesi una visita. Gli si dice che l'appuntamento è in una data e poi quello stesso giorno scoprono che non c'è la scorta per poterli accompagnare".

Sovraffollamento e carenza di personale

"Il crollo di una parte del tetto di Regina Coeli – osserva la Garante - ha aggravato ulteriormente la situazione, perché tutte le persone arrestate, nella maggior parte dei casi, sono confluite all'interno di Rebibbia Nuovo Complesso. Questo ha creato, ovviamente, una serie di problemi di gestione. Il sovraffollamento riguarda praticamente tutti gli istituti del territorio, anche il minorile. Abbiamo un flusso di transiti, di arrivi di neo-diciottenni, di persone molto giovani, soprattutto maschi, all'interno degli istituti per adulti, e non c'è possibilità di separarli dal resto della popolazione carceraria. E questo incrementa le difficoltà". Ma, ci tiene a ribadire, "non è solamente una questione fisica di spazio, è anche un problema di personale. Alla carenza di agenti penitenziari si aggiunge un aumento incredibile delle persone, e diventa molto difficile provare a gestire e a occuparsi dei percorsi individualizzati. E poi c'è la questione di un irrigidimento particolare per i reparti di alta sicurezza e quindi dell'accesso alle opportunità per questi detenuti, con richieste molto stringenti rispetto a orari e controlli". Da qui le "criticità" legate anche alla difficoltà di tutelare la sfera affettiva delle persone private della libertà, il loro diritto alla continuità del legame affettivo con i partner e con figli.

Le stanze dell'affettività e la genitorialità

"Sul tema dell'affettività abbiamo pendente ormai da due anni la decisione della Corte Costituzionale. Le famose stanze dell'affettività – denuncia - non solo non sono ancora state predisposte ma neanche immaginate, e ovviamente spesso il tema della genitorialità ha a che fare anche con i rapporti con i propri partner". Calderone riconosce che "c'è molta disparità: ci sono istituti che prevedono molte telefonate straordinarie, che dispongono dell'area verde per incontrarsi, altri che non ne hanno".

Contatti telefonici insufficienti e il tabù dei cellulari

"Nonostante la modifica normativa, che ha aumentato da quattro a sei le telefonate mensili a disposizione dei detenuti, restano totalmente insufficienti. Non siamo più negli anni '70 in cui il rapporto con il telefono era ovviamente diverso. Ci sono delle inchieste, escono notizie sui giornali di quante persone abbiano disponibilità di telefoni illegalmente all'interno del carcere e sappiamo che, nella maggior parte dei casi, i cellulari non vengono utilizzati per scopi criminali ma per chiamare le famiglie. Allora – sollecita - bisognerebbe avere il coraggio di fare quello che fanno in altri Paesi europei dove ci sono alcuni istituti in cui è consentita la disponibilità di un telefono cellulare, altri in cui c'è proprio un telefono fisso all'interno delle stanze. Bisognerebbe abbattere il tabù, soprattutto per le persone detenute per reati comuni, in assenza di esigenze di sicurezza particolari, e consentire una fluidità nei contatti, almeno telefonici, soprattutto con i figli, maggiore di quella che invece è permessa".

L'esperienza di Casa di Leda

Poi a Roma ci sono anche piccole realtà come Casa di Leda, casa protetta per donne detenute con figli minori fino a 10 anni, ospitata in un bene confiscato alla criminalità organizzata, che accoglie madri in pena alternativa alla detenzione o agli arresti domiciliari.

Preservare il nucleo familiare e la rete di supporto

Per Calderone, si tratta di "un'esperienza unica a Roma, che funziona bene" e andrebbe replicata. Il nucleo familiare, raccomanda la Garante, "dovrebbe essere sempre preservato in qualche modo o preso in carico nella sua totalità". Tuttavia, prosegue, "quando una persona, anche residente a Roma, entra in carcere, non c'è più possibilità di una presa in carico dei servizi sociali territoriali. Questo fa sì che il percorso delle persone sia frammentato perché diventa molto difficile tenere insieme o continuare a seguire quel nucleo, e quindi è come se la parte che sta in carcere avesse una dimensione, e la parte che sta fuori non fosse minimamente inclusa". In prospettiva, propone Calderone, "potrebbe avere senso mettere in campo, nel Comune di Roma, una sorta di 'rete', un servizio rivolto ai familiari delle persone detenute, che possa fungere da collegamento con la persona che sta all'interno dell'istituto e con i servizi sociali territoriali".

Investire in progetti di supporto e interventi strutturali

"In un sistema in cui si fa fatica, in cui ogni iniziativa è molto complessa perché non esiste solo il problema degli spazi ma dell'organizzazione, della sorveglianza costante – evidenzia - a cascata ne risente tutto. Per questo si dovrebbe investire tanto in progetti come S.Fi.De, che coinvolgano e sostengono i familiari. Dovrebbero essere iniziative strutturate e pensate in modalità fissa". Nel carcere, conclude Calderone, "bisogna tornare a respirare e poter organizzare anche tutto il resto: servono interventi più strutturali sul fronte del lavoro, della formazione e della tutela dei minori".

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S.Fi.De- Percorsi di Sostegno per i Figli di persone Detenute, è un progetto selezionato da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il Fondo nasce da un’intesa tra le fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il governo e sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l’impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione Con Il Sud. www.conibambini.org.