AGI - Una delle semplificazioni più diffuse nel Giorno della Memoria è confondere l’apertura dei cancelli di Auschwitz-Birkenau il 27 gennaio 1945 all’arrivo dell’Armata Rossa con la scoperta dello sterminio di massa. Se la conoscenza delle dimensioni del piano nazista di annientamento di una serie di categorie di persone a partire dagli ebrei non era affatto diffusa, era invece vero che le informative e gli allarmi sulla Shoah avevano già rivelato ai vertici degli Alleati cosa accadeva nell’arcipelago concentrazionario concepito e realizzato dal Terzo Reich. Il primo rapporto in assoluto, risalente a marzo 1941 e con dati di qualche mese addietro (era stato fatto arrivare prima a Stoccolma, nella neutrale Svezia, e di lì in Inghilterra), era uscito da Auschwitz grazie al capitano Witold Pilecki; in seguito un emissario speciale della resistenza polacca, Jan Karski, sarebbe stato anche lui testimone oculare di quell’orrore di cui aveva riferito anche al presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt, ma ambedue non erano stati creduti. Quello che raccontavano era davvero inconcepibile e inimmaginabile, ma era purtroppo tutto vero.
I rapporti della resistenza polacca e i bombardamenti delle linee ferroviarie
Dettagliate foto aeree delle linee ferroviarie dirette ai lager e dei convogli con i deportati, declassificate solo pochi anni fa, erano state scattate dai piloti militari della RAF e dell’USAAF e studiate in tutti i dettagli. La resistenza polacca, la più attiva e ramificata tra tutte quelle dei Paesi occupati, aveva più volte fatto pervenire precisi rapporti al governo polacco in esilio a Londra, che a sua volta aveva sottoposto agli Alleati la necessità di bombardare i tracciati ferroviari e interrompere il flusso continuo dei treni che per ordine dell’entourage di Hitler avevano la precedenza assoluta persino sulle tradotte militari con rinforzi, armi ed equipaggiamenti per il fronte orientale sempre più critico. La furia nazista su tali questioni era stata manifestata anche dirottando gli esplosivi, che servivano disperatamente all’esercito, per distruggere completamente Varsavia e punire così i suoi abitanti di aver osato la rivolta dell’agosto 1944.
La strategia militare e quella politica per interrompere il genocidio
Le reticenze alleate a spezzare con i bombardamenti l’alimentazione delle fabbriche dello sterminio, di cui Auschwitz-Birkenau è diventata emblematica, erano di duplice natura. La prima era d’ordine militare. Le missioni in territorio occupato dai tedeschi e fortemente presidiate dalla contraerea, come la Polonia, erano molto costose in termini di abbattimenti e in caso di successo i risultati erano trascurabili. Le unità di genieri dell’esercito tedesco erano in grado di ripristinare una linea ferroviaria al massimo in 48 ore.
Anche un attacco dal cielo ai lager, in coordinamento da terra con le formazioni dell’Armia Krajowa che pure le richiedeva agli angloamericani, avrebbe sì portato alle fughe di massa dei prigionieri, ma poi sarebbe stato assolutamente impossibile dare ricovero e protezione ai deportati. La questione politica era poi delicatissima. Adolf Hitler il 30 gennaio 1939 in un infervorato discorso al Reichstag aveva scandito a chiare lettere: «se il giudaismo della finanza internazionale, in Europa o altrove, riuscisse ancora una volta a gettare i popoli in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra e la vittoria del giudaismo, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa».
Durante il conflitto la propaganda del ministro Joseph Goebbels aveva insistito continuamente su questa presunta “responsabilità” degli ebrei per quel conflitto. Agli Alleati apparve chiaro che, inserendo nella condotta delle operazioni militari un piano specifico di liberazione dei deportati nei campi di sterminio, ciò avrebbe avvalorato le aberranti tesi criminali di Goebbels e dei nazisti.
Quindici gerarchi alla Conferenza di Wannsee e soluzione finale per 11 milioni
La scelta fu quindi quella di concentrare ogni energia bellica sulla sconfitta militare della Germania: prima si fosse colto questo obiettivo, meno deportati sarebbero morti nei lager e la Shoah sarebbe terminata. I nazisti avevano varato la “Soluzione finale” il 20 gennaio 1942 nella conferenza di Wannsee, quando quindici gerarchi capitanati da Reinhard Heydrich tracciarono una linea sotto alla somma degli ebrei d’Europa e decisero che 11.000.000 di uomini e donne dovessero sparire per sempre, con deportazioni e gassazioni di massa e l’incenerimento industriale nei forni crematori. La fine della guerra con l’annientamento del Terzo Reich fermò la contabilità della morte a più di sei milioni di vite umane.
Il processo di Norimberga tra diritto internazionale, principi giuridici e omissioni
La resa dei conti con i nazisti arriverà con il processo di Norimberga e la proiezione pubblica dei filmati girati dai cineoperatori alleati nei lager liberati nel 1945. Pur di punire i responsabili di quell’orrore che non aveva precedenti, perché il genocidio perpetrato con la Shoah era una novità assoluta, venne superato persino un cardine del diritto penale come il principio nullum crimen sine lege, nulla poena sine lege. Quei crimini, non essendo stati previsti da una legge, in astratto non potevano essere perseguiti e neppure puniti, ma ciò che era accaduto andava oltre qualsiasi preclusione del diritto.
A Norimberga, convenzionalmente, nacque il diritto internazionale sui crimini di guerra, contro l’umanità e contro la pace. Ma con il vulnus su cui si è molto dibattuto, e un’ipocrisia della quale si parla quasi mai. I sovietici tentarono di imputare ai nazisti anche lo sterminio di massa di 22.000 ufficiali polacchi uccisi con un colpo alla nuca e sepolti nelle foreste di Katyn, adducendo prove false e testimoni falsi, per scansare le responsabilità sovietiche e impedire l’imbarazzante situazione di accusatori che imputavano ad altri colpe di cui essi stessi si erano macchiati. L’accusa cadde, perché almeno di questa strage i tedeschi non erano colpevoli. Ma non venne aperto nessun procedimento contro l’Urss di Stalin che aveva voluto quell’eccidio, lasciando ingiudicata e impunita questa pagina di storia. Che, spesso, è scritta dai vincitori. E anche per questo il Giorno della Memoria è necessario.
AGI - Una delle semplificazioni più diffuse nel Giorno della memoria è confondere l’apertura dei cancelli di Auschwitz-Birkenau il 27 gennaio 1945 all’arrivo dell’Armata Rossa con la scoperta dello sterminio di massa. Se la conoscenza delle dimensioni del piano nazista di annientamento di una serie di categorie di persone a partire dagli ebrei non era affatto diffusa, era invece vero che le informative e gli allarmi sulla Shoah avevano già rivelato ai vertici degli Alleati cosa accadeva nell’arcipelago concentrazionario concepito e realizzato dal Terzo Reich. Il primo rapporto in assoluto, risalente a marzo 1941 e con dati di qualche mese addietro (era stato fatto arrivare prima a Stoccolma, nella neutrale Svezia, e di lì in Inghilterra), era uscito da Auschwitz grazie al capitano Witold Pilecki; in seguito un emissario speciale della resistenza polacca, Jan Karski, sarebbe stato anche lui testimone oculare di quell’orrore di cui aveva riferito anche al presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt, ma ambedue non erano stati creduti. Quello che raccontavano era davvero inconcepibile e inimmaginabile, ma era purtroppo tutto vero.
I rapporti della resistenza polacca e i bombardamenti delle linee ferroviarie
Dettagliate foto aeree delle linee ferroviarie dirette ai lager e dei convogli con i deportati, declassificate solo pochi anni fa, erano state scattate dai piloti militari della Raf e dell’Usaaf e studiate in tutti i dettagli. La resistenza polacca, la più attiva e ramificata tra tutte quelle dei Paesi occupati, aveva più volte fatto pervenire precisi rapporti al governo polacco in esilio a Londra, che a sua volta aveva sottoposto agli Alleati la necessità di bombardare i tracciati ferroviari e interrompere il flusso continuo dei treni che per ordine dell’entourage di Hitler avevano la precedenza assoluta persino sulle tradotte militari con rinforzi, armi ed equipaggiamenti per il fronte orientale sempre più critico. La furia nazista su tali questioni era stata manifestata anche dirottando gli esplosivi, che servivano disperatamente all’esercito, per distruggere completamente Varsavia e punire così i suoi abitanti di aver osato la rivolta dell’agosto 1944.
La strategia militare e quella politica per interrompere il genocidio
Le reticenze alleate a spezzare con i bombardamenti l’alimentazione delle fabbriche dello sterminio, di cui Auschwitz-Birkenau è diventata emblematica, erano di duplice natura. La prima era d’ordine militare. Le missioni in territorio occupato dai tedeschi e fortemente presidiate dalla contraerea, come la Polonia, erano molto costose in termini di abbattimenti e in caso di successo i risultati erano trascurabili. Le unità di genieri dell’esercito tedesco erano in grado di ripristinare una linea ferroviaria al massimo in 48 ore. Anche un attacco dal cielo ai lager, in coordinamento da terra con le formazioni dell’Armia Krajowa che pure le richiedeva agli angloamericani, avrebbe sì portato alle fughe di massa dei prigionieri, ma poi sarebbe stato assolutamente impossibile dare ricovero e protezione ai deportati. La questione politica era poi delicatissima. Adolf Hitler il 30 gennaio 1939 in un infervorato discorso al Reichstag aveva scandito a chiare lettere: «se il giudaismo della finanza internazionale, in Europa o altrove, riuscisse ancora una volta a gettare i popoli in una guerra mondiale, il risultato non sarà la bolscevizzazione della terra e la vittoria del giudaismo, ma l’annientamento della razza ebraica in Europa». Durante il conflitto la propaganda del ministro Joseph Goebbels aveva insistito continuamente su questa presunta “responsabilità” degli ebrei per quel conflitto. Agli Alleati apparve chiaro che, inserendo nella condotta delle operazioni militari un piano specifico di liberazione dei deportati nei campi di sterminio, ciò avrebbe avvalorato le aberranti tesi criminali di Goebbels e dei nazisti.
Quindici gerarchi alla Conferenza di Wannsee e Soluzione finale per 11 milioni
La scelta fu quindi quella di concentrare ogni energia bellica sulla sconfitta militare della Germania: prima si fosse colto questo obiettivo, meno deportati sarebbero morti nei lager e la Shoah sarebbe terminata. I nazisti avevano varato la “Soluzione finale” il 20 gennaio 1942 nella conferenza di Wannsee, quando quindici gerarchi capitanati da Reinhard Heydrich tracciarono una linea sotto alla somma degli ebrei d’Europa e decisero che 11.000.000 di uomini e donne dovessero sparire per sempre, con deportazioni e gassazioni di massa e l’incenerimento industriale nei forni crematori. La fine della guerra con l’annientamento del Terzo Reich fermò la contabilità della morte a più di sei milioni di vite umane.
Il processo di Norimberga tra diritto internazionale, princìpi giuridici e omissioni
La resa dei conti con i nazisti arriverà con il processo di Norimberga e la proiezione pubblica dei filmati girati dai cineoperatori alleati nei lager liberati nel 1945. Pur di punire i responsabili di quell’orrore che non aveva precedenti, perché il genocidio perpetrato con la Shoah era una novità assoluta, venne superato persino un cardine del diritto penale come il principio nullum crimen sine lege, nulla poena sine lege. Quei crimini, non essendo stati previsti da una legge, in astratto non potevano essere perseguiti e neppure puniti, ma ciò che era accaduto andava oltre qualsiasi preclusione del diritto. A Norimberga, convenzionalmente, nacque il diritto internazionale sui crimini di guerra, contro l’umanità e contro la pace. Ma con il vulnus su cui si è molto dibattuto, e un’ipocrisia della quale si parla quasi mai. I sovietici tentarono di imputare ai nazisti anche lo sterminio di massa di 22.000 ufficiali polacchi uccisi con un colpo alla nuca e sepolti nelle foreste di Katyn, adducendo prove false e testimoni falsi, per scansare le responsabilità sovietiche e impedire l’imbarazzante situazione di accusatori che imputavano ad altri colpe di cui essi stessi si erano macchiati. L’accusa cadde, perché almeno di questa strage i tedeschi non erano colpevoli. Ma non venne aperto nessun procedimento contro l’Urss di Stalin che aveva voluto quell’eccidio, lasciando ingiudicata e impunita questa pagina di storia. Che, spesso, è scritta dai vincitori. E anche per questo il Giorno della memoria è necessario.

