"Altra sfida a due tra Pogacar e Vingegaard. E occhio a Seixas"

Scritto il 04/07/2026
da Pier Augusto Stagi

Vincenzo Nibali, l’ultimo italiano a vincere nel 2014 legge il Tour oggi al via da Barcellona

Tadej Pogacar contro Jonas Vingegaard, sfida totale e finale. Dopo tanta attesa è arrivato il momento più atteso per gli appassionati di ciclismo. Oggi da Barcellona il via dell'edizione numero 113 della Grand Boucle. Lo sloveno insegue la cinquina, il danese spera di ridurre le distanze e portarsi a quota tre. In mezzo qualche guastatore come lo spagnolo Ayuso e il belga Evenepoel, il tedesco Lipowitz e il britannico Pidcock, il messicano Del Toro e l'ecuadoriano Carapaz, con loro anche la speranza transalpina, l'appena 19enne Seixas. Ne parliamo con Vincenzo Nibali, l'ultimo italiano capace di tenere alto il buon nome del ciclismo italico per quasi un ventennio, vincitore di Giro, Tour e Vuelta, l'ultimo esempio di corridore totale e per questo universalmente riconosciuto.

Si parte da Barcellona con una cronosquadre: le piace che s'incominci subito con una prova riservata ai team?

"A me piace molto. Per vincere una grande corsa a tappe devi avere per forza un grande team, da solo non vai da nessuna parte. Una prova così mi sarebbe piaciuta un sacco".

Il Tourmalet subito alla 6ª tappa.

"Partendo da Barcellona, i Pirenei sono lì: non male rendere subito interessante la corsa con qualcosa di leggendario".

Più temibili le grandi vette o il grande caldo?

"Entrambe le cose: al Tour la canicule si è sempre fatta sentire".

Pirenei all'inizio, Massiccio Centrale nella parte intermedia, quindi i Vosgi prima del gran finale sulle Alpi: la penultima tappa sarà pazzesca.

"L'Alpe d'Huez non è mai stata così vicina a Parigi e sarà affrontata dai due versanti per due giorni consecutivi. Il tappone alpino infatti non era mai stato programmato - nei tempi moderni - alla penultima tappa: 5.600 metri di dislivello per scalare Croix de Fer, Télégraphe, Galibier (tetto del Tour, ndc) e quindi salire per il secondo giorno consecutivo all'Alpe d'Huez, questa volta non dal versante tradizionale, ma da quello che passa dal Col de Sarenne e che è stato affrontato una sola volta, nel 2013 ma in discesa. Per immaginare quel che sarà, bastano le parole del direttore del Tour Christian Prudhomme: Terrain vierge, histoire à construire, terreno vergine e storia tutta da scrivere".

Il giorno prima del tappone finale, ancora l'Alpe d'Huez.

"Una due giorni spettacolare, dove si concentreranno i tifosi in un happening a cielo aperto. Gli organizzatori mi hanno detto che si aspettano lungo i 21 tornanti più di un milione di spettatori".

Che ricordo ha lei dell'Alpe?

"Non buonissimi. Nel 2008 ero in maglia bianca di miglior giovane e per stare dietro a Cancellara, sono saltato per aria. Nel 2018 andavo fortissimo e sarei finito sul podio sicuramente, ma a 4 km dal traguardo, quando ero in fuga caddi rovinosamente a causa della cinghia di una macchina fotografica che finì per agganciare il mio manubrio. Nella caduta mi spaccai una vertebra: addio podio".

Come vede questo Tour?

"So di non dire nulla di nuovo, ma sarà ancora una volta sfida a due. Taddeo contro Jonas. Loro sono di un altro pianeta. Sono curioso di vedere come andrà Paul Seixas: ha solo 19 anni, ma un grande talento".

Noi italiani dovremo solo guardare?

"Spero che Antonio Tiberi possa regalarci qualcosa di buono in chiave classifica. E poi ci sono Trentin e Filippo Ganna, tutti corridori che qualcosa possono inventarsi: ma parlo di tappe, chiaramente".

Vede qualcosa all'orizzonte?

"Mark Lorenzo Finn, campione del mondo under 23, ha appena vinto il Giro Netx Gen: su di lui possiamo contare, ma bisogna avere pazienza. Ha la stessa età di Seixas che correrà il Tour, Lorenzo ha scelto un anno di maturazione in più: per me ha fatto bene. Non bisogna avere fretta. Di Pogacar ce n'è uno solo".