Da qualche giorno Elly Schlein (foto) è tormentata dalle pressioni che arrivano dai suoi «compagni» di partito. Il fine settimana che si è appena concluso ha fotografato un Pd dove sono più le voci dissonanti che quelle in linea con la segretaria del Nazareno. Voci che in fondo tracciano una rotta diversa da quella disegnata da Schlein che prevede solo se stessa come leader del campo largo. E così tra sabato e domenica si sono levate critiche che hanno infastidito la numero uno del partito di via Sant'Andrea delle Fratte e al contempo indebolito la sua leadership. A partire dalle parole di Stefano Bonaccini, presidente del Pd ed europarlamentare, che si è servito di questa riflessione: «Abbiamo bisogno di alzare il profilo sulla proposta programmatica perché non basta, per battere la destra, parlarne male o criticarla». Bonaccini non ha citato Schlein ma è come se avesse preso di mira la sua azione politica perché in fondo in queste settimane la segretaria ha più attaccato il centrodestra che costruito un'alternativa. Un'alternativa che, secondo alcuni dirigenti come Graziano Delrio, deve contenere al suo interno tutte le anime del centrosinistra a partire da chi si professa cattolico-democratico: «Serve una mobilitazione di tutte le risorse culturali e politiche della società». Ed è in scia a quest'ultima osservazione Pierluigi Castagnetti, decano della cultura cattolica-democratica e - non un dettaglio - grande amico di Sergio Mattarella, che dalle colonne della Stampa è stato ancora più netto: «I cattolici democratici chiedono al Pd guidato da Elly Schlein una nuova cultura di governo. Perché il governo di un Paese è un'attività complessa, che non può risolversi in termini sloganistici o monovaloriali». Insomma, Schlein trascorre le giornate a parare i colpi e riflettere sul da fare. Prendere nota o curarsi di loro? Anche perché i colpi non sembrano mai finire. Ha sollevato criticità anche chi come Romano Prodi, ultimo ad aver vinto le politiche come centrosinistra, continua a sostenere che la nuova compagine del campo largo debba prendere in considerazione le istanze dei riformisti: «Serve un bel gioco di squadra dei riformisti italiani con altri riformisti europei. Adesso c'è desiderio di cambiamento in Europa e dobbiamo approfittarne. Noi siamo gli unici a difendere la democrazia».
In questo contesto si inserisce l'analisi di un fine osservatore come Paolo Mieli che dalle colonne del Corriere della sera ha scritto che la sinistra «non si può dire che abbia approfittato di questi due mesi per un rilancio degno di questo nome». Secondo Mieli si è mostrata incerta «non credendo ai sondaggi che la danno per vincente». Ecco perché a suo avviso è «forse è il giunto il momento di presentare una proposta di riforma della legge elettorale» a condizione - ha aggiunto - che consenta al vincitore di potere governare. Un consiglio che stride con l'attuale posizione di Schlein che alimenterà ancora di più i tormenti della segretaria.