Con l'approssimarsi del referendum costituzionale sulla giustizia, previsto per il prossimo 22-23 marzo, il clima politico si è inevitabilmente surriscaldato. Al centro della tempesta sono finite le recenti esternazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio (nella foto), che ha definito l'attuale meccanismo delle correnti all'interno del Csm come un "sistema para-mafioso". Sebbene il termine possa apparire, per vigore retorico, stridente con il lessico istituzionale e prestarsi a facili strumentalizzazioni da parte delle opposizioni, non si può ignorare il cuore della questione sollevata dal Guardasigilli: l'urgenza di una riforma che sani ferite ancora aperte nel corpo della nostra magistratura.
Le parole di Nordio non nascono dal nulla, ma affondano le radici in quel groviglio di rivelazioni emerso con la vicenda Palamara. Quello scandalo ha squarciato il velo su una gestione del potere giudiziario tutt'altro che "cristallina", fatta di accordi spartitori, criteri di selezione delle classi dirigenti basati sull'appartenenza associativa piuttosto che sul merito, e ciniche manovre di defenestrazione.
Quando il ministro parla di un sistema "para-mafioso", pur utilizzando una formula che non si condivide se presa ovviamente nella sua accezione letterale, egli intende denunciare una realtà che potremmo definire, più propriamente, come un "meccanismo di degenerazione corporativa a mutua protezione".
Supportare il concetto espresso da Nordio significa riconoscere che, per anni, all'interno di certi circuiti si è consolidato un ordinamento parallelo di logiche lobbistiche e settarie. Questo sistema non è certamente da intendere nel senso criminale del termine, ma le dinamiche funzionali che si sono consolidate sono atroci: l'idea che la fedeltà alla propria "corrente" valga più del dovere verso lo Stato, e che il controllo delle carriere debba passare per una ragnatela di influenze reciproche anziché per la trasparenza amministrativa non è un meccanismo applicabile alle dinamiche di Stato.
La proposta del sorteggio per il Csm, pilastro della riforma Nordio, mira proprio a scardinare queste "incrostazioni di potere autoreferenziale". Il ministro, ex magistrato che ha combattuto in prima linea contro le Brigate Rosse e il malaffare, non intende minimamente offendere la memoria delle vittime della criminalità organizzata ma vuole onorare la magistratura sana liberandola dal giogo delle correnti.
In vista della consultazione referendaria, il dibattito non dovrebbe dunque arenarsi sulla semantica di un aggettivo, ma concentrarsi sulla necessità di restituire ai cittadini un'amministrazione della giustizia dove le nomine non siano frutto di "conclave correntizi", bensì di un sistema finalmente imparziale e svincolato da ogni logica di appartenenza. Difendere Nordio oggi significa difendere l'idea che la magistratura debba essere, sopra ogni cosa, una casa di vetro.