C'è un momento, dopo ogni strage, in cui una società decide non tanto che cosa è accaduto, ma che cosa è disposta a sopportare della verità. È il momento in cui le parole diventano rifugi. "Disagio", "fragilità", "solitudine", "scheggia impazzita". Espressioni che attenuano, anestetizzano, restituiscono alla tragedia il perimetro rassicurante del caso clinico invece che quello più inquietante della crisi storica. Anche attorno a Salim El Koudri, il trentunenne accusato della strage di Modena, si sta consumando questa battaglia lessicale e morale. Da una parte l'ombra del jihadismo, evocata quasi sottovoce, con il pudore di chi teme di pronunciare una parola ormai tossica nel dibattito pubblico. Dall'altra la linea della difesa: nessuna radicalizzazione, nessuna rete, nessuna fede militante. Solo un uomo smarrito, instabile, forse malato.
Per questo la domanda che oggi aleggia su Modena non è soltanto se El Koudri sia un jihadista. La domanda vera è più scomoda: quanto conta ancora la distinzione tra terrorismo organizzato e radicalizzazione individuale, quando l'ideologia si diffonde come una nebbia e non più come una gerarchia? Gli investigatori stanno scavando nei dispositivi sequestrati, nei profili social, nei messaggi rimossi da Meta perché incompatibili con le policy della piattaforma. Cercano tracce, connessioni, simboli. Finora, sostiene il suo legale Fausto Gianelli, non è emerso nulla che riconduca a una matrice islamista. "El Koudri non è un credente, non frequenta la moschea, non fa il Ramadan", spiega. Nessun contatto con reti jihadiste, nessun video di propaganda, nessun elemento che suggerisca un atto terroristico pianificato o rivendicato. Nel colloquio con il difensore l'uomo avrebbe chiesto sigarette, qualche libro e una Bibbia. Un dettaglio quasi stonato dentro il racconto mediatico di queste ore. Eppure la cronaca restituisce frammenti che continuano a inquietare. Nel 2021 El Koudri scriveva all'università di Modena: "Bastardi cristiani", "Voi e il vostro Gesù Cristo, lo brucio". Frasi violente, impregnate di odio religioso. Ma subito dopo arrivava un'altra mail: le scuse, la disperazione sociale, il fallimento professionale. "Non trovo un lavoro coerente con i miei studi e non so cosa fare".
Ed è forse qui che la vicenda smette di essere soltanto giudiziaria e diventa il ritratto di un'epoca. Perché il jihadismo contemporaneo raramente assomiglia più al terrorismo novecentesco, disciplinato e clandestino. Molto più spesso si alimenta di esistenze spezzate, identità umiliate, depressioni trasformate in missioni salvifiche. La radicalizzazione non sostituisce necessariamente il disagio psichico: a volte lo abita, lo organizza, gli offre una grammatica della distruzione.
Intanto il Centro culturale islamico di Modena prende le distanze. L'imam Abouelala dice di non aver mai conosciuto El Koudri. I genitori frequentavano il centro, il padre si è allontanato nel 2021. Nessun segnale evidente di militanza religiosa. Nessuna immersione nella comunità islamica locale. I genitori e la sorella sono sconvolti e consapevoli della gravità del gesto, ma hanno riferito che non erano a conoscenza del percorso di cure psichiatriche del 31enne.
E allora chi è davvero El Koudri? Un uomo malato che ha trasformato il proprio collasso interiore in violenza cieca? Oppure uno di quei lupi solitari che non hanno bisogno di addestramento né di reclutatori, perché la radicalizzazione ormai circola nell'aria del nostro tempo, frammentata, liquida, disponibile per chiunque abbia abbastanza rabbia da raccoglierla? La verità giudiziaria arriverà forse dalle perizie psichiatriche, dai telefoni sequestrati, dai dati recuperati dai social. Ma il caso fa paura a una società che continua a interrogarsi se il nemico sia il fanatismo o la follia, senza accorgersi che forse i due volti coincidono nello stesso specchio.