AGI - Dimenticate la crema solare come necessaire della sola borsa mare. La pelle non distingue tra giugno e novembre, e vive il calendario sociale di chi la porta in giro. L'aperitivo all'aperto nei fine settimana caldi, il padel del sabato mattina, la riunione in smart-working sul terrazzo, il pranzo veloce nella city: è in questa rivoluzione silenziosa dei tempi di esposizione che il mercato della protezione solare ha smesso di essere stagionale e si è trasformato in una categoria skincare a tutti gli effetti.
Il mercato conferma, con una crescita stimata da 7,86 a 8,27 miliardi di dollari fra il 2025 e il 2026 e un CAGR del 5,2% nel decennio e una soglia che racconta tutto il cambiamento culturale in atto, con oltre il 65% degli utilizzatori di prodotti skincare che oggi dichiara di usare la protezione solare quotidianamente, non solo nelle occasioni speciali (dati Market Growth Reports).
La nuova skincare outdoor
“La nuova generazione di skincare è outdoor, stante la consapevolezza dell’importanza di proteggersi sempre e non solo d’estate e in spiaggia”, spiega il direttore tecnico di Liliana Paduano Cosmetics Teresa Guarino. “Il sole non è più una variabile da gestire due settimane all'anno in vacanza ma la cornice quotidiana di stili di vita che si svolgono sempre più all'aperto. Per questo la protezione solare ha smesso di essere un prodotto stagionale ed è diventata parte della routine, esattamente come il detergente o il siero idratante”.
Dal rischio alla qualità della pelle
Il vero tema, secondo Guarino, è smettere di pensare alla protezione solare per prevenire le malattie, ma per preservare la qualità della pelle nel tempo, esattamente come si farebbe per il resto del corpo. “La letteratura dermatologica è netta: l'esposizione ai raggi ultravioletti UVA e UVB giustifica da sola il 90% dei sintomi dell'invecchiamento epidermico precoce, con un danno che inizia già intorno ai vent'anni ed è direttamente proporzionale al tempo totale di esposizione”.
Il ruolo degli UVA nella vita quotidiana
“E sono soprattutto gli UVA — che costituiscono il 95% delle radiazioni UV che raggiungono la pelle, attraversano i vetri delle finestre e sono i principali responsabili dell'invecchiamento cutaneo con rughe profonde, secchezza e ispessimento — a spostare il discorso dalla spiaggia alla scrivania”, spiega Guarino.
Il sole come fattore beauty
“Quando parliamo di sun aging — prosegue — non parliamo di spaventose malattie come i melanomi ma di luminosità, elasticità, macchie, di quella differenza visibile fra una pelle stressata e una pelle che ha un glow sano. È un tema beauty prima ancora che medico. Il sole non lascia solo i ricordi dell'estate: lascia tracce sulla pelle, e quelle tracce si accumulano ogni giorno”.
Dal anti-age al well-ageing
È in questa chiave che si legge la nuova traiettoria del segmento, sempre più orientato a quella che gli operatori chiamano longevity beauty: non più anti-age, ma well-ageing. La skincare del futuro, in altre parole, non corregge i danni — li previene.
La fotoprotezione come primo gesto
Una direzione confermata anche dai dati industriali, che registrano un aumento del 25% nell'acquisizione di nuovi clienti per i marchi capaci di integrare protezione solare e attivi skincare in formule ibride. “La fotoprotezione quotidiana è oggi il primo gesto di well-ageing. Non si tratta di rallentare il tempo, bensì di accompagnarlo bene. Una pelle protetta a venticinque anni è una pelle che a quaranta avrà ancora tono, uniformità, energia”.